C’è stato un periodo nel quale
l’università italiana era diventata un diplomificio. Tutti a rincorrere una
laurea per trovare un posto di lavoro sicuro. Per molti anche l’occasione di un
riscatto sociale per la propria famiglia e per sé stessi. C’è stato poi un
altro periodo nel quale gli atenei nazionali si erano trasformati in autentiche
zone di parcheggio nel quale svernare per qualche anno, in attesa di trovare
una collocazione lavorativa attraverso qualche concorso pubblico, visto che nei
concorsi statali si richiedeva al massimo un diploma di scuola secondaria
superiore. Questo “uso” o abuso dell’università non ha fatto altro che
promuovere tanti giovani senza cultura, perché la “Cultura” non è nozionismo
bensì conoscenza, al rango di studenti universitari, il massimo grado, o quasi,
della scala gerarchica scolastica, senza però renderli “universitari” nella
vita.
Il risultato di tutto ciò ce lo
presenta un rapporto su comportamenti alimentari, attività fisica, abitudine al
fumo, consumo di alcool e droghe, salute riproduttiva, attitudini verso
l’apprendimento e le tecnologie, salute percepita e stato di benessere generale
studiati dai ricercatori della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Roma in collaborazione con l’Istituto Superiore di
Sanità e resi noti dai risultati dell’indagine “Sportello Salute Giovani”. La
ricerca integrale, pubblicata sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità,
ha riguardato stili di vita e comportamenti di 8516 studenti di dieci
università italiane (di Nord, Centro e Sud del Paese), in età compresa tra 18 e
30 anni: 5702 donne (67%) e 2814 uomini (33%) con età media di 22,2 anni.
